Libere è uno spazio simbolico, partecipato e fisico, a disposizione delle scuole, che Unisona realizza insieme alla Fondazione Una Nessuna Centomila per il secondo anno consecutivo.
- Simbolico perché si svolge ogni 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne
- Partecipato perché arriva in streaming a migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze e sugli schermi delle aule delle loro scuole
- Fisico perché abitato dai corpi e dalla voce di chi racconta attraverso la propria esperienza e competenza il fenomeno della violenza sulle donne
Quest'anno abbiamo deciso di affrontare una questione poco dibattuta all'interno della riflessione sul fenomeno della violenza sulle donne ossia la violenza virtuale e fisica degli uomini adulti nei confronti delle ragazze, delle minorenni o comunque delle giovanissime.
L’epoca che stiamo attraversando porta con sé uno shock generazionale che non è ciclico, ma avviene solo in alcuni particolari momenti della storia: dopo fatti particolarmente sconvolgenti – guerre, disastri ambientali, pandemie, ciò che viene definito ‘trauma generazionale’ – o in seguito a rivoluzioni economiche e industriali di grande portata. I ragazzi e le ragazze con cui ci relazioniamo in questo momento sono frutto di entrambe queste coordinate temporali. Hanno conosciuto - con impatti diversi, in base alla loro età - l’isolamento da Covid 19 e si muovono dentro uno scenario di guerra che non hanno dentro casa ma che minaccia un ordine mondiale con cui la generazione dei loro genitori non doveva più fare i conti. Inoltre, questo è un punto cruciale, i loro genitori non sono nativi digitali e il divario tra chi ha assistito a questo passaggio tecnologico e chi c’è nato e cresciuto dentro ha creato un distacco molto più profondo di quello che esisteva tra le generazioni precedenti. È un cortocircuito che produce tante reazioni e tanti effetti ancora difficili da analizzare. E tuttavia ce ne sono alcuni su cui vale la pena porre l’attenzione in relazione alla violenza di genere in particolare l’atteggiamento degli uomini adulti – ma non solo, poiché la cultura patriarcale coinvolge tutte e tutti – verso le giovani e giovanissime generazioni.
Partiamo dall’immaginario. Anche in Italia è esistito il ’68 e quindi la rivoluzione sessuale che ha prodotto soprattutto una presa di consapevolezza del femminile. Cambia il modo di vivere delle donne, anche se non in tutto il Paese si è sviluppato un percorso di autodeterminazione femminile, quel periodo ha comunque influenzato profondamente la rappresentazione di nuovi modelli: si va in giro in minigonna, si indossa il bikini in spiaggia, le artiste si presentano sempre più scoperte, si fa strada un modello che mostra senza particolari pudori il proprio corpo. Eppure, i genitori di oggi, pur appartenendo a quella generazione degli anni Settanta, sembrano non essere stati davvero attraversati da quella rivoluzione. Tanto che alcune forme di moralismo e bigottismo riemergono con forza nello sguardo giudicante rivolto a giovani, preadolescenti e adolescenti native e nativi digitali che vivono un’epoca in cui i modelli viaggiano con la velocità del web e l’esposizione pubblica è amplificata dall’accesso illimitato dello sguardo. Lo spazio digitale non è più delimitato né filtrato: tutti e tutte possono assistere alle esibizioni su TikTok, sfogliare le foto su Instagram, entrare nelle chat, osservare e giudicare.
Il simbolico ha, inevitabilmente, un effetto concreto. Una ragazzina che si mostra più grande viene immediatamente giudicata male. Questo infastidisce molti adulti, che sentono l’impulso di commentare e giudicare. C’è il posizionamento apparentemente benevolo/paternalistico che pone la questione in termini di “protezione” e cioè il monito a essere più dimesse per non svegliare il can che dorme. Un avvertimento che in realtà ribalta le responsabilità, spostando il problema dalla condotta degli uomini alla presunta provocazione femminile. Quello sguardo benevolo è insomma viziato da un condizionamento culturale ed evidenzia una malizia che chiama a sé gli uomini incapaci di controllo davanti a una ragazza che mostra l’ombelico, che indossa una maglietta scollata o che manda baci con il suo lucidalabbra alla fragola.
Tutte le generazioni tendono a raccontarsi in opposizione a quelle successive (‘ai miei tempi non si faceva così…’): è un principio che torna in tutte le narrazioni. Ma qui non si tratta solo di questo, anche perché oggi non esistono più ragioni per stigmatizzare così duramente il corpo femminile. Parliamo piuttosto di un altro fenomeno culturale: la tendenza ad adultizzare le ragazze sul piano sessuale.
E quindi dal simbolico passiamo al virtuale. Tutti i dati sulla violenza digitale mostrano che le donne restano le principali vittime. Nello specifico delle ragazze si possono notare almeno due cose sulla tipologia dell’insulto e su chi lo esercita. Nell’esposizione di se stesse sui social network, le ragazze ricevono sempre commenti di natura sessuale e sessista. Ma quello che colpisce è che a metterlo in atto non sono solo i pari, ma che fra loro c’è sempre un pubblico adulto. E non bisogna commettere l’errore di credere che siano uomini depravati o con problemi. No, non è così. Sono uomini adulti che hanno normalizzato la violenza a volte rendendosene conto, altre volte no. I recenti casi dei gruppi social “Mia moglie” e “Figa” ci dicono proprio questo. Tra i partecipanti di questi gruppi c’erano uomini stupiti del clamore suscitato dalle loro azioni e non riuscivano a capire cosa avessero fatto di male. Giudicano, commentano e insultano come se tutto questo fosse normale, legittimo, persino dovuto. Sia chiaro, non stiamo parlando solo da un punto di vista legale e diffamatorio, ma da un punto di vista culturale: una ragazzina di 14 anni che si veste e si trucca come una ventenne, potrà pure sembrare più grande, ma ha sempre 14 anni. Pertanto il giudizio non può ricadere su di lei, ma deve concentrarsi su quegli uomini che si giustificano dietro l’età delle adolescenti.
A tal punto da passare dal virtuale al fisico. Ci sono altri dati allarmanti che investono le giovani e le giovanissime. È l’aumento di violenza sessuale e la totale mancanza di consapevolezza su cosa sia il consenso. Questo vale molto di più fra pari, ma purtroppo è in aumento anche fra gli adulti. In assenza quasi totale di un’educazione sessuo-affettiva – carenza che attraversa tutte le generazioni, i ragazzi e le ragazze si avvicinano ai loro primi rapporti sessuali con modelli di pornografia che purtroppo propongono dei veri e propri stupri filmati. Rapporti lunghi e violenti, dove le donne subiscono il sesso. Non lo agiscono e non lo desiderano. L’immaginario legato agli stupri di gruppo è ancora molto forte. La reificazione del corpo delle ragazze sembra dire non solo che dev’essere a disposizione, ma che dev’essere pure punito.
Chi si occupa di violenza sulle donne sa bene che quando si nomina questo fenomeno non va fatto mai in termini allarmistici. Non siamo in presenza di un’emergenza, ma purtroppo di una dimensione culturale strutturata e sistemica. Eppure in questo particolare periodo storico qualche preoccupazione in più va segnalata: c’è una regressione di cui bisogna farsi carico proprio a causa di quello shock generazionale citato all’inizio. Più le ragazze appaiono libere - ed è bene sottolineare il verbo apparire perché non è detto che lo siano realmente – più cresce l’odio nei loro confronti.
Il tema della libertà resta il cuore del problema: viviamo ancora in una cultura e in una società incapaci di accettare la libertà delle donne. Tutti i casi di femminicidio ci raccontano questo. Donne che a un certo punto decidono di porre fine a un rapporto, donne che vogliono lavorare, donne che vogliono decidere se diventare madri oppure no. La ricerca di autonomia è ancora qualcosa di intollerabile. È così evidente questa regressione che basta concentrarsi sull’età delle vittime per cogliere questo peggioramento.
E allora che fare? Uno spazio come questo, messo a disposizione delle scuole, vuole per prima cosa nominare le questioni e metterle al centro di una riflessione: troppo spesso diamo per scontato ciò che scontato non è. Ragionare insieme su alcuni nodi significa a volte scoprirli per la prima volta. Ma il tentativo più importante è quello di offrire degli strumenti per leggere e interpretare alcuni comportamenti e provare a prevenire fenomeni di violenza o, ancora, sostenere chi li sta già subendo.
La violenza domestica è il dato più alto di violenza sulle donne, questo significa che nelle classi c’è chi è vittima di violenza assistita e ormai sappiamo che vedere e respirare la violenza equivale a viverla: capirlo, segnalarlo e indirizzare le vittime alle figure preposte può davvero cambiare e salvare la vita. In questo senso la scuola può davvero fare la differenza. Inizieremo questo percorso proprio dagli studenti e dalle studentesse, per capire insieme se percepiscono nella loro vita la normalizzazione della violenza e l’assenza di una cultura del consenso. Lo chiederemo a tutte e tutti. Perché lo sguardo adulto su entrambi produce ruoli culturali e sociali e perché pensiamo che alla loro età non ci debba essere colpevolizzazione del maschile, ma confronto e condivisione di emozioni e paure che tanto condizionano i comportamenti di oggi e quelli di domani.